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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    L' "iireparabile" è una parola minacciosa, sentita fin troppe volte. Siamo una nazione che ama piangere sul latte versato, rimaniamo nei fatti ostaggio di amministrazioni che rivendicano l'assenza di fondi per tutto, più che mai per la cultura e l'arte. Ad 'irreparabile' avvenuto, però, quasi sempre quelle s'affrettano a 'riparare' alla meno peggio sperperando i soldi dei contribuenti, gli stessi che, a tempo debito, sarebbero stati utili a mantenere rigogliosi i beni artistici che la storia ci ha tramandato. Pensate alla vergogna di Pompei, all' SOS Colosseo e ai tantissimi casi di abbandono conosciuti e no che si aggirano come spettri tra le meraviglie del Belpaese. Come testimonia Angelo, don Alfredo Majorano e la moglie Elena Spinelli parte di quei beni li hanno curati spendendo non il denaro pubblico ma il proprio amore, nel desiderio di lasciare a un museo, patrimonio di tutti, la loro preziosa collezione etnografica. Quanti tormenti per i due in risposta a questo slancio nobile e generoso! Delusioni, mortificazioni, sofferenza per un deterioramento visibile e ingravescente di ciò che, amato, veniva parcheggiato o trascurato da chi se ne sarebbe dovuto prendere cura. Taranto avrà quello che le appartiene lontano da insulsi iter burocratici e disinteresse camuffato da impossibilità, e questo accadrà se i suoi cittadini e tutti noi che abbiamo saputo della vicenda e amiamo l'arte faremo ciò che è giusto per mettere qualche punto fermo davanti a questa vita che scivola via: la cultura di un popolo fissa l'eternità sopra la morte.

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    Vincenzo ha studiato a lungo se stesso e l'anima di chi ha scritto per l'anima e di chi per quella ha pagato. Il suo non è un resoconto professionale, ma una splendida pagina di introspezione poetica. Indaga, Vincenzo, scava nei suoi ricordi, nel tempo tra il tramonto e il crepuscolo lascia tuffare la sua mente gentile nella prepotenza abissale della mancanza. In ogni uomo si aprono buchi a testimonianza di posti lasciati vuoti da sentimenti e da sogni traditi. A volte i buchi si trasformano in voragini. Chi parla in questi righi ne è stato risucchiato senza pietà nel conflitto col padre e dico direttamente 'conflitto' senza iniziare dall'origine naturale definita 'rapporto' proprio perchè il dramma interiore del protagonista ci impone da subito la brutalità di questo pauroso precipizio. Il narratore s'inerpica su una collina per l'incontro spirituale col proprio maestro-analista, o meglio, con la consolazione che il silenzio della sua tomba potrà dare al suo dolore ancora sanguinante. Il protagonista e l'amato e defunto si fondono in un unico cuore palpitante angoscia e ribellione contro il deserto di risposte intorno alla figura del padre. Sebbene questo genitore in entrambe le storie abbia avuto in vita mestieri diversi, l'uno libertino e marinaio, l'altro medico potente e tiranno d'infanzia, sembra che la loro paternità oscura si sia mescolata accomunando anche i destini del narrante e del narrato. Le qualità umane di questi padri si rincorrono tra aggettivi come 'assente, cultore della legge del più forte, avaro di regali e di carezze, demonio da esorcizzare...', insomma padri troppo egoisti per percorrerere la strada dei figli o per incontrarli, se pure a metà cammino, senza travolgerli con la violenza dei propri detriti. L'analista è condannato a guardare in eterno, dalla sua foto sulla lapide, la sepoltura del padre, quasi in un infinito chiedere ciò che infinitamente aveva cercato in vita senza risposte, simbolo dell'angosciante ricerca di un uomo della verità, croce e delizia delle menti. 'La richiesta eterna di affetto' è l'ombra che incalza sia il ricordo del maestro che la realtà del suo alunno devoto, quello stesso che vuole cacciare fuori il male continuando a parlarne con chi un tempo gli aveva prestato attenzione, con chi aveva vissuto lo stesso suo dramma, con chi ora, dal limbo sconfinato del mondo delle anime, vola oltre i tempi della psicanalisi e apre anche a lui il sipario sull'infinito ascolto, sull'infinito amore, sull'infinito comprendere. E il narrante sale, è un'ascesa sofferta costellata di 'cautela di passi' e 'ricerca di tracce di precedenti ascese' perchè quell'eremo parlante nel silenzio di una sepoltura altro non è che il cammino della catarsi, la purificazione precaria ma urgente di un animo tormentato dalla voragine del non amore.

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    Lunga e meravigliosa vita alla nostra Raffaella Verdesca!

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    Ho letto il libro di Raffaella Verdesca, ogni racconto è un piccolo capolavoro che ti entra nell'anima.

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    La parole decise, che Franco Arminio ha usato per descrivere il Salento, sono assolutamente ciò che avrei voluto scrivere io, se avessi la dote di tradurre tutto quello che lascia "dentro" questo piccolo lembo di terra...

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    Il Salento deve solo lavorare!Senza lavoro il Salento non si può narrare, tutto quello che è descritto non è pura immagine ma frutto dell'operosità della gente che emigra per non ammalarsi di poesia.

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    Splendido pezzo!

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