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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    Io credo che la natura possa insegnarci a fare tutto, a produrre i composti di cui abbiamo bisogno, ad approvigionarci di energia, .... La natura è il più grande laboratorio chimico al mondo, produce tonnellate di molecole ogni ora su tutto il pianeta, non inquinando, ed usando l'energia del sole. Noi non siamo ancora capaci di farlo ma le nostre conoscenze scientifiche ci danno la capacità di esplorare questo nuovo modo di pensare..... Basta cambiare la prospettiva e sostituire il concetto di profitto con quello di bene comune. Questi argomenti sono l'oggetto di una ricerca che sto coordinando tra Perugia, UK, Polonia e Giappone, con pochi fondi ma tanto entusiasmo soprattutto da parte dei miei preziosi collaboratori, quasi tutti studenti !

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    Carmen, l’articolo"Grottaglie, una cittadina a pochi chilometri da Taranto…" è veramente molto interessante, ricco di notizie, particolari sono le immagini che hai postato, dallo stemma alle gravine di Riggio! Sono bellissime e soprattutto singolari le lame e le grotte di Grottaglie, sembrano incise nella roccia! E’ pur vero, la migliore scultrice, in assoluto, è la natura che ci ha regalato tanto! Ma tu hai descritto tutto ciò come fa un pittore sulla sua tela, complimenti! Un abbraccio, Nora

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    Un grazie a chi ci rinfresca la mente con questi preziosi ricordi, di tradizioni da mantenere e di cultura salentina da salvere, esposti con la grazia affascinante di Giulietta!

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    Che Giulio sia il nome e non il cognome del beato è stato già, e da tempo, sufficientemente trattato con osservazioni e con prove documentali inoppugnabili nell’opuscolo “Il “beato” Giulio da Nardò monaco di Montevergine” di G. Mongelli, Edizioni del santuario Montevergine, 1981, pagg. 12-14. Debbo dire che la felice memoria di mia madre provò tanti anni fa una grande frustrazione quando le feci presente che Giulio Cesare, in fondo, era stato, come parecchi cosiddetti grandi, un genocida e la deprimente sensazione si rinnovò quando le feci leggere l’opera appena citata. Mia madre si chiamava Rosa Giulio e, almeno per quanto riguarda le ascendenze onomastiche, le è andata male: tra i suoi antenati poteva pure starci Giulio Cesare ma, almeno per i miei gusti, non sarebbe stata e non è questa cosa di cui vantarsi; avere un beato sarebbe stato meglio, ma il destino ha voluto diversamente...

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    concordo, caro Armando. In fondo tutti discendiamo da Adamo ed Eva... Marcello

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    Prepariamoci degna(mente) a tutte le settimane della cultura in Itallia, un po' come quando viene il Natale e occorre essere più buoni... Ad ogni modo parlando di arte e di artisti...In cerca di queste stelle comete dobbiamo porci questo interrogativo: che fine hanno fatto, gli Artisti? Ti aspetto su Vongole & Merluzzi http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/04/06/chi-se-ne-frega-della-cultura/

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    mio zio un grande uomo...grazie per le emozioni ke ci regali attraverso i tuoi quadri.cn amore rachele

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    Ringrazio come sempre Daniela per i suoi preziosi contributi sulla vita e sulle opere di tarantini illustri, più o meno famosi, come Tommaso Niccolò D'Aquino, noto ai suoi concittadini forse più per l'omonima via del Borgo che per i suoi versi dedicati all'amata città natale.

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    LE PERE “PITRUCINE” IN UN OMAGGIO ALLA MIA GIULIETTA Con te erano divenuti tutti grandi personaggi, le piante, i frutti e le erbe di campagna. In gran parte erano ospiti della tua cucina, ospiti d’onore degni del massimo rispetto. Tra i frutti, più degli altri trattati regalmente, primeggiavano li pire piticìne, le più adatte – dicevi -, le uniche per fare bene-bene la perata. Razza rara - tant’è che ne avevamo solo due alberi alla “Corte” –, queste pere venivano dette pure “pitrucìne”, favoleggiate oltretutto perché raccolte, nella gioia di un rito, il giorno di san Pietro.. Oltre a regalarne caniscie e ccaniscie a due conventi ne trasformavi un quintale in marmellata, ottima – ribattevi – per gli strudel, i panzerotti e le crostate, ma insostituibile nel composto della faldacchiera con la quale farcivi gli agnellini e i pesci che a Pasqua e a Natale artisticamente modellavi con la pasta di mandorle dalle tue stesse mani lavorata.

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    è propiu bellu stu libru (scusate l'uso del linguaggio autoctono).......compratelo,non ve ne pentirete

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    Eccolo qui! Finalmente una recensione di questo bellissimo libro! L'ho comprato per caso, attratto dalla copertina e devo dire che mi è davvero piaciuto. Lo definirei "barocco fiammeggiante". Per lo stile quasi violento, per la capacità di rendere bene le immagini che vengono descritte. La malamara è un libro che fa riflettere per i temi affrontati, in molte pagine ci sono spunti per pensare. Un romanzo che mi ha totalmente avvinto nella sua storia con personaggi ben delineati, e luoghi descritti in una aura magica. Il finale è davvero strepitoso. E poi tutta quella musica rock fantastica!

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    E' un onore essere tra gli spigolatori! Grazie mille.

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    [...] La fauna al servizio della flora salentina « Spigolature Salentine [...]

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    Epistula ad Scalpellum Comportati così, Scalpello mio, prendila con filosofia questa storia del secondo capello bianco e fai tesoro di questo prezioso riflesso del tuo specchio, come del resto sapientemente mi pare tu sia già propenso a fare. Il tempo, il nostro bene più prezioso seppur alla mercé di qualunque idiota che può sottrarcelo, è anche il bene più fuggevole, come quel bianco capello ti vuole rammentare. Fai tesoro di questa importante lezione che la vita ti ha portato bussando inattesa alla porta del tuo cesso con l’unico intento di ricordarti che siamo soggetti al mutamento e diretti verso un'inevitabile fine. Non è affatto vero che solo gli stronzi muoiono, dovremo convenirne prima o poi. A dirti queste cose è uno che è giunto da poco a ravvedersi del suo terzo capello bianco, per celebrare il quale non aveva più a disposizione altri scopettoni da mandare a ramengo. La mia reazione pertanto è stata a fortiori più pacata e civile della tua, limitandomi ad assumere l’espressione serena della Santanché al risveglio mattutino. Non poteva essere che atarassica e indifferente la mia maniera di comportami, dopo anni di meditazione sulle sagge eredità dei filosofi stoici ed epicurei. Ho accettato dunque con dignità il corso naturale delle cose, come vogliono i maestri, approfittando però, per dirla tutta, dei due millenni di cristianesimo e dei secoli di distanza e progressi dal tempo di quei saggi, secoli che mi offrono strumenti linguistici di cui essi non disponevano di fronte alle storture, ossia i nomi dei numerosi santi, alla lettura attenta ed accorata dei quali mi sono in occasione del terzo albino capello dedicato. Ma nonostante la cura dell’animo a cui mi consegno con le mie letture, il tempo, bisogna ammettere, resta capace di spiazzare ancora. Proprio ieri l’altro infatti, ho ritenuto opportuno recarmi dal parrucchiere per darmi una sistemata. Di fronte alla sempre più diradata e sfibrata chioma, il mio artigiano di fiducia non ha fatto che ripetermi “è così, è la stagione, questo è proprio il periodo che i capelli risentono del clima…”. Ho finto di credere al mio buon parrucchiere, così come ho fatto a febbraio e come ho fatto a ottobre scorso, a quanto pare anche in quei giorni si era nella stagione in cui i capelli risentono del clima. E del resto non avrei potuto fare altrimenti che restare in silenzio dato che il mio buon interlocutore è quasi completamente calvo, in ossequio al detto per cui non è saggio parlar di corde a casa dell’impiccato, o per citare un altro detto, dato che ve ne sono di giusti in ogni occasione, ben sapendo che il calzolaio va in giro scalzo. Ma come la volpe che non raggiunge l’uva ho finto di non volerla ed ho sbottato: “Bruno, taglia a zero che fa caldo, li odio i capelli folti e lunghi, danno fastidio con la primavera!”. Il buon artigiano ha fatto così il suo dovere, ed io mi ero quasi illuso di aver fatto bene, finché non ho messo piede fuori dal salone e, nell’appressarmi a entrare nella macchina, una fastidiosa tramontana dietro al collo mi ha ricordato l’amara verità della forzata nudità! A quel punto per un attimo, un terribile attimo, ho invidiato, pensa, il peggior Nino d’Angelo e il suo biondo orribile caschetto, parto degenere degli infausti anni 80. Ecco come ci sorprende il tempo. Stammi bene

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    Credo pure che l’abitudine evidenziata rientri nell’alveo di quella, generalizzata, che da troppo tempo ormai spinge il genitore a soddisfare tutti i capricci del figlio (dal giocattolino inutile quando è piccolino, fino all’automobile per sentirsi grande quando per diventare tale, e non solo d’età, "nd’ha cazzare friseddhe toste!") o , comunque, a liberarlo da ogni fastidio (che, poi, è il sistema migliore per non farlo crescere, soprattutto nelle prestazioni cerebrali). Sarebbe opportuno, secondo me, che il genitore accompagnasse il figlio in biblioteca solo la prima volta per insegnargli rapidamente come si utilizza il patrimonio librario e come andrebbe svolta una ricerca, cosa, fra l’altro, splendidamente fatta dall’autore del post. E poi, dico io, questo pc sofisticatissimo che troneggia incasa, possibile che debba servire solo a far girare l’ultimo potentissimo quanto idiota gioco e non a sfruttare per le famigerate ricerche il patrimonio librario e non digitalizzato in rete?

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    Caro Pier Paolo, ti ringrazio per le belle parole che mi danno forza. Credo che per l'incipiente alopecia adotterò la scusa della tintura dei capelli color carne. In questo modo, i prossimi capelli bianchi saranno sopraffatti da questo ancor più temibile avversario e buonanotte ai suonatori! Ciao, Alberto

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    Caro Marco, eccolo qui. Appena ci arrivi vicino, l'imponenza ti colpisce:Giù le mani dal Furnieddhu crande mi sembra il minimo, ma penso non si possa più fare molto ormai. I diritti dell'impianto sono acquisiti

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    Non so se qualcuno di voi è vegetariano o frequenta assiduamente vegetariani, so in compenso che certamente anche qui essere vegetariani significa far parte di una sparuta e numericamente insignificante minoranza (ammesso sempre che il sottoscritto non sia l’unico e solo!). Ebbene per farvi capire come si vive da questa parte del cosmo, vorrei farvi un elenco ragionato delle miserie e dei fastidi cui è sottoposto costantemente un vegetariano (specialmente in Italia), sperando che questo mio sfogo possa servire anche a chi vegetariano non è, suggerendogli cosa evitare per non angustiare il prossimo vegetariano che avrà tra i piedi (devo dire subito che esiste tuttavia anche una razza di vegetariani specializzata ad angustiare gli onnivori). Tra le prime fatiche che un vegetariano affronta quotidianamente vi è proprio quella sensazione di far parte di una comunità microscopica, di essere una mosca bianca e in qualche modo un diverso. Ora, a questo senso di particolarità ognuno reagisce a modo suo, andando per generalizzazione i due atteggiamenti discordanti di fondo più riscontrabili sono da un lato quello di chi fa del proprio vegetarianesimo una bandiera da sventolare sempre e ovunque alla minima occasione (anche per abbordare, perché fa figo talvolta) come se fosse un segno di eroismo e levatura morale (atteggiamento questo che nasconde una scelta non matura e convinta di essere vegetariano), dall’altro lato c’è invece l’atteggiamento di chi discretamente se lo tiene per se pensando giustamente che i suoi modi di alimentarsi non debbano per forza interessare milioni di individui. Diciamo subito che i guai veri esistono per quest’ultima specie di vegetariano, il personaggio discreto che non vorrebbe convincere nessuno a diventare come lui, non si sente affatto migliore degli altri per come mangia né vorrebbe tanto meno essere ad ogni occasione sollecitato a “diventare normale” da fortuiti ed occasionali filantropi pseudo-scientifici interessati ad offrirgli consigli non richiesti su come nutrirsi correttamente. In questi incontri occasionali (cene, serate in compagnia, cerimonie e festività, conoscenze con nuove persone in gruppo…) il povero vegetariano è costretto a subire un elenco sterminato di piccole ma fastidiose scocciature. Mi limiterò a esporre le più frequenti. Non manca mai per esempio durante una di queste serate l’amico dell’amico che, appena si rende conto di avere per le mani un vegetariano non vede l’ora di adoperarsi immediatamente a ravvivare gli umori del malcapitato illustrandogli con fare didattico e pedante l’assoluta necessità delle fantomatiche proteine nobili contenute nella carne. Questa diffusa razza di chiacchieroni inguaribili tende in genere a guardare con una certa commiserazione il suo interlocutore, commiserazione che si trasformerà necessariamente in scherno non appena arrivano in tavola le portate di carne: qui l’atteggiamento del chiacchierone diviene meno didattico e, sorridendo mentre addenta compiaciuto il suo pezzo di carne, vi regalerà “simpatiche” battutine che dovrebbero zittirti completamente, del tipo “e poi come si fa a dire di no a questo profumino?!” oppure “e poi chi te la fa fare?”. Per il vegetariano non c’è verso di far comprendere al chiacchierone che per lui la carne costituisce solo un disgustoso pezzo di cadavere, l’unico effetto che questa reazione sortirebbe sarebbe infatti solo l’ennesima interminabile lezione sull’alimentazione equilibrata ecc. Il secondo tipo di scocciatori che il vegetariano deve sorbire è lo scettico. Costui –che in realtà non vedeva l’ora di intervenire- in genere inizia ad affacciarsi alla discussione quando in tavola compaiono pietanze a base di uova o formaggi, alla presenza delle quali lestamente sbotterà: “allora non sei un vegetariano! Mangi le uova e i latticini azz! Sei un mostro come noi dunque”. Per il vegetariano non c’è verso di fargli notare che quelli che non mangiano neanche uova e latticini sono i vegani (e non i vegetariani), lo scocciatore in questione non è infatti disposto ad apprendere certe distinzioni e preferisce continuare a sbirciarvi con uno sguardo che sembra dire: “caro mio, a me non mi fai mica fesso!”. Qualora poi si riuscisse a fargli faticosamente digerire la suddetta distinzione lo scettico terminerà il proprio intervento con una mossa che dovrebbe definitivamente dimostrare a te stesso e agli altri l’autoillusione di cui eri vittima: “E le piante cosa sono? Non sono esseri viventi? Lo vedi che sei un mostro come noi?!” oppure, peggio ancora “azz fumi? Ma allora non sei affatto tutta sta perfezione!”. Insomma, lo scettico è interessato a convincerti del fatto che non sei un santo, peccato però che sia stato sempre e solo lui a pensarlo. Andando oltre, alla schiera della terza specie di scocciatori appartengono per lo più individui di sesso femminile. Sollecitate forse dal proprio senso materno (per cui le dirò le maternaliste), questo genere di scocciatrici è convinto per qualche strana ragione di doverti soccorrere e proteggere dalle insidie del mondo esterno. In genere queste si introducono nel discorso per dimostrarti che non sei solo e incompreso e che hai tutta la loro considerazione nel portare avanti le tue convinzioni. Così, nonostante i loro migliori propositi, queste fanciulle (quasi sempre di sinistra) finiscono per martoriare il vegetariano trattandolo come un patetico essere indifeso e incoraggiandolo con frasi del tipo ”Io ti capisco…sai, anche io odio mangiare il pesce” oppure “anche io vorrei diventare come te…ma a casa è mia madre che cucina”. Il vegetariano farebbe una gran fatica a scrollarsi i pregiudizi di queste ma non ci pensa minimamente perché ciò quasi mai gli conviene. Per le maternaliste un vegetariano è infatti spesso uno spiritualista, un adorabile poeta, un sensibile o, a seconda dei gusti, un amabile pacifista, una specie di hippy-fricchettone, un idealista o addirittura -se la maternalista in questione è intrisa di pratiche e dottrine modaiole new-age- il malcapitato può diventare un esempio di saggio sulla via della liberazione. Insomma, queste tendono a proiettare alcune caratteristiche del proprio stereotipo di uomo ideale sul vegetariano che, per non deluderle, mentre parla con una di loro non può comportarsi come vorrebbe veramente, ossia bevendo ettolitri di birra e concentrando le sue attenzioni sulle abbondanti curve della sua interlocutrice. Insomma, con una maternalista a tavola il vegetariano rischia quasi sempre di doversi alzare da tavola sobrio, con un affettato sorriso da ebete in faccia e, come se non bastasse, pienamente informato dei soprusi che subiscono le donne angolane nonché dello sfruttamento delle miniere africane da parte delle multinazionali occidentali.

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    Ricetta con LU MILANU TI LU PURPU In una pentolina versate dell'ABBONDANTE olio d'oliva ed uno spicchio d'aglio, mettere al fornello e cuocere a fuoco lento, prima che l'aglio inizi a rosolorasi toglietelo e buttatelo via, non bisogna farlo rosolare altrimenti il suo forte odore impregnerà e coprirà tutti gli altri sapori. Immediatmente dopo immergete nell'olio caldo LU MILANU unitamente alle parti terminali dei tentacoli, LI COTE TI LU PURPU, che nel frattempo avete provveduto a tagliare a pezzettini, versateci un pochino di buon vino bianco secco e a pentola scoperta far cuoecere il tutto per qualche minuto, poi fatelo raffreddare e aggiungete una spruzzatina di pepe ed un trito di prezzemolo. Questo preparato è ottimo per inzuppare delle fette di pane casareccio oppure per condire dei bei piatti di linguine. Naturalmente deve essere accompagnato da un ottimo vino bianco o meglio ancora con dello spumante secco

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    grande Pier Paolo, che bella lezione ci hai dato! Proprio una giornata di lectio questo 9 aprile! Ti sarai accorto che la tua conversione sta facendo proseliti. Non diverrò mai come te, ma cerco di emularti come meglio posso. Marcello

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