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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    Sono sicuro che questa mostra infiammerà, in un incendio di sentimenti e sensazioni, i fecondi spazi espositivi di Palazzo Tamborino. Mille scintille tingeranno di poesia, intimità e desiderio l’intero palazzo, scandendo, nella dimensione soave del ricordo, i sanguigni cromatismi. Opere personalissime, pure e ardenti: intrise di passione, sature di bellezza. In bocca al lupo Sandro Montinaro

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    libro consigliatissimo. l'ho letto tutto d'un fiato! bella la storia, i personaggi, i luoghi e la scrittura semplice, immediata e particolarissima. Un libro che un salentino deve avere in casa. aspettiamo il prossimo.

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    Mi piace quando altre persone intervengono per approfondire un argomento! Grazie alla Redazione, ad Armando Polito, a Riccardo Viganò, e perché no, anche a Pier Paolo ;)

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    La città in questi giorni è avvolta in un'atmosfera magica che investe il folklore e il sacro. Vivere questi momenti è un'emozione indescrivibile ed irripetibile. Invito chiunque avesse la possibilità a fare questa esperienza esaltante. Grazie Francesco per il tuo prezioso contributo.

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    Son contento che noi salentini siamo famosi per esportare le nostre tradizioni e le nostre ricette ovunque andiamo! Bel sito, contribuisce senz'altro a rendere extraterritoriale tutta la nostra cultura, non solamente quella già sponsorizzata. Venite a trovarmi sul mio blog, ne sarei contento! Giacomo http://ultimafila22.wordpress.com/

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    Grazie, ero all'oscuro di tutto cio', grazie mille!

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    Ricordo con nostalgia gli anni 50 del secolo scorso quando dall'alimentarista Mbiaggiu Giuranna con 10 lire, in un foglio di carta oleata compravamo una cucchiata (presa da un grosso barattolo) di CREMALBA, l'antesignana della famosa NUTELLA

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    http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/04/22/i-luoghi-dellanima/

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    http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2011/04/08/mirodia-profumo-di-grecia-salentina/

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    “Mmàusu” e non “mmasùnu”. Sicuramente gli esperti di antiche masserie mi avranno già battuto per un involontario errore di digitalizzazione. Si trova all’ottavo rigo del paragrafo che inizia “Sul calare della notte di parasceve”. A parte il fatto che “mmasùnu è proprio delle galline e degli uccelli, lo “spiazzo situato all’interno dell’arco d’ingresso e di solito prospiciente la casa del massaro” non poteva essere un abituale ricovero delle mandrie, adibito in via del tutto speciale per quella particolare notte, da un punto di vista pratico riguardante la sicurezza – trovandosi all’interno del portone - e dal punto di vista simbolico spiegato attraverso la “chiarificazione” che segue immediatamente, quella che riporta infatti “ai recinti del tempio di Salomone e agli usi dei pellegrini israeliani”. In sintesi, la “curte ti lu mmàusu” era il cortile dove abitualmente avvenivano i lavori successivi alla mietitura del grano, tipo appunto la legatura dei mannelli di spighe, in copertinese chiamata “mmàusu”. L’aia di campagna, insomma. Chiedo scusa per l’errore e auguro a tutti una buona Pasqua.

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    Se fossi in grado di fare nei due graditissimi testi le dovute sostituzioni, sarebbe uno scherzo rispondere. Sono, perciò, costretto a dire semplicemente "Buongiorno anche a te, Egitto!" e "Buongiorno anche a te, Cina!". I validi mediatori salentini Marianna Massa e Giuseppe Mighali saranno i portavoce del nostro saluto agli amici lontani, ma, spigolatori cari, non montiamoci troppo la testa!

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    Più che un commento un chiarimento...all'inizio del testo si afferma che solo gli uomini lasciavano le masserie per recarsi in paese. Ma poi si racconta che il rito sacro cominciava con un canto da parte delle donne. Da qui la mia domanda, chi erano queste donne? Come mai si trovavano lì?

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    e mi auguro che l'amico Armando trovi una spiegazione per questo inedito termine, almeno a me sconosciuto. Auguri anche a te, Nino, e grazie a nome di tutti gli Spigolatori per averci fatto il dono pasquale di questo originalissimo "pezzo" di Giulietta

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    io mi auguro che tanti altri spigolatori sparsi nel mondo vogliano integrare questo semplice ma significativo "Buongiorno Salento" nella lingua del paese in cui sono ospiti o residenti. Mi aspetto che ce lo dicano in russo, greco, spagnolo, inglese, francese, tedesco, portoghese... Sarà un ideale abbraccio del Salento con il mondo e viceversa. Dò subito le istruzioni: salvare il testo come immagine jpeg e inviare a marcellogaballo@gmail.com. Di tanto in tanto proporremo la frase in tutte le lingue pervenute. Auguri ancora a tutti i lettori e ancora un grazie ai carissimi collaboratori e autori che rendono questo spazio vivace, interessante, unico! Marcello

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    Chi ha letto attentamente, o per lo meno non affrettatamente, si è reso conto che il coro lamentoso delle donne non è in relazione al rito de “La nnuccicata ti chiasciòne”, ma alla processione della Madonna addolorata, avvenuta nella serata del venerdì: “Notte sacra che sembrava trasformare gli umidori del selciato in lacrime rapprese e rimandare in permanenza di echi i singulti della Vergine Addolorata, la cui statua poche ore prima era stata portata in processione per le vie del paese, passando da chiesa a chiesa, da cappella a cappella nell’affannata ricerca del Figlio crocefisso. Un peregrinare sincopato dal rullìo funebre dei tamburi e convertito in assillo umano dal coro lamentoso delle donne che interpretando, da madre a madre, lo strazio della Madonna, chiedevano a gran voce, spesso roteando su sé stesse: “Fìgghiu, fìgghiu mia!... a ddò stàe lu fìgghiu mia?!... Lu stà ccercu e nno llu ttròu!... Fìgghiu, fìgghiu mia!... Ticìtime a ddò stàe lu fìgghiu mia!...” Richiesta tanto umanamente delirante quanto spiritualmente ancorata ai sensi di una catarsi la cui certificazione si era esplicata a processione conclusa, su quel sagrato appunto, quando il padre quaresimalista, rimasto ad attendere in chiesa, aveva spalancato la porta facendo portare all’aperto e proprio ai piedi dell’Addolorata l’urna di vetro con dentro la statua del Cristo morto: “Ecco tuo figlio”, aveva esclamato con voce accorata, e cincischiando un rettangolo di lino bianco a simbolica testimonianza del sudario, aveva precisato: “E’ morto…"

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    A proposito di "mmàusu" mi dispiace che l'autrice non è più fra noi per poterci dare i chiarimenti necessari, ma so di sicuro (e basta essere anziani, o pastori o contadini o persone che hanno dedicato la vita nella ricerca di questo tipo di linguaggio), sono sicuro, dicevo, che nella "curte ti lu mmàusu" avvenivano tutti quei lavori conseguenti alla mietitura, tipo, mmàusare, scernitàre, ecc. (leggendo tutti i lavori della Giulietta, chissà quanti altri termini consimili potrei trovare). Mi dispiace che l'esperto non sono io, né ho la presunzione di esserlo. Sicuramente potrà darci qualche chiarimento l'amico Armando Polito, che saluto.

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    Bellissima idea Marcello! Auguri a tutti i lettori e le lettrici! :)

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    Respiriamo la brezza allora. Un bellissimo regalo di Marianna questo pezzo!

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    Ricambio il saluto e mi faccio da parte cedendo, doverosamente, la parola al Rohlfs. A pag. 327 del suo Vocabolario, lemma màusu, attestato per il Brindisino ad Erchie e per il Tarantino ad Avetrana: “legame del manipolo di spighe [lat. balteus=cintura]; vedi àusu, mmausare”. Al lemma àusu, attestato per il Leccese a Castrì di Lecce, Novoli e Vernole e per il Tarantino a Manduria insieme con àuzu (Uggiano Montefusco) e a Sava (con pronunzia sonora di z): “legame con cui si lega il manipolo o il covone di grano [lat. balteus=cinghia], v. bazu, vàusu”. Al lemma bazu (attestazione non orale per Lecce) insieme con barzu (attestato per Seclì): “legame del manipolo di grano [lat. balteus=cintura]; v. ausu, vàusu, azu, vazu”. A vàusu, registrato per Ugento insieme con vàvuzu per San Giorgio sotto Taranto, vàuzu per Mesagne, vazu per Cutrofiano, Nardò, Parabita, Seclì, Sogliano e Carovigno, varzu per Aradeo e Sogliano, varsu per Ruffano, vosu per Castrignano del Capo, Patù e Salve, vozu per Fragagnano, vanze per Ostuni, valze per Massafra e, con pronuncia sonora di z, a Cisternino, vàsele a Ceglie Messapico: legame del manipolo di grano [lat. balteus=cintura]. Evito, per brevità e perché nulla aggiungono ai fini di quanto sto per dire, di riportare gli altri lemmi con valore di sostantivo, oggetto di rinvio da parte del Rohlfs. Per quanto riguarda i verbi: al lemma mmausàre, (registrato per il Leccese a San Cesario di Lecce e per il Tarantino a Manduria, nella variante mmauzàre a Sava, mbasàre a Galatone (ne approfitto per ricordare che mbasàre a Nardò è sinonimo di socchiudere le imposte e ha tutt’altro etimo: da in+basare=poggiare sulla base): “legare il manipolo di spighe; v. bbausàre”. E, a bbausàre, infine, attestato per Novoli e Otranto: “legare il manipolo [lat *ad-balteare]”. Mi limito solo a riconsiderare il verbo mmausàre; al lemma corrispondente (attestato nel Leccese per San Cesario di Lecce e per il Tarantino a Manduria, e, nella variante mmauzàre a Sava, mbasàre a Galatone; ne approfitto per ricordare che la stessa voce a Nardò è sinonimo di “socchiudere le imposte di una finestra o una porta” e ha tutt’altro etimo: da in+basare=poggiare sulla base): “legare il manipolo di spighe; v. bbausàre”. A bbausàre, infine, attestato per Novoli e Otranto: “legare il manipolo [lat *ad-balteare]”. Anche qui lo studio delle varianti si mostra illuminante. Per farla breve, per quanto riguarda il sostantivo la forma più vicina al latino bàlteus è quella di Seclì: barzu, che rispetto alla voce latina mostra evoluzione fonetica da manuale. Tutte le altre forme sono ulteriore sviluppo di barzu. Il verbo bbausàre, poi, aiuta a capire la formazione di màusu. All’inizio mi ero fatto da parte, ma pensavate che la cosa potesse continuare? A miserrima integrazione (bella figura!) di quanto detto dal Maestro ho solo da dire che nella formazione di mmausàre rispetto a bbausàre interviene non la preposizione “ad” ma “in”: *inbalteàre>imbalteàre>mbausàre>mmausàre; e da questo verbo, infine, prima mmàusu (la nostra voce) e poi màusu (quella registrata dal Rohlfs).

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    Siamo stati fortunati che il Rohlfs nel suo dizionario abbia riportato il nostro termine con relativo significato, perché il maestro (e questo era l’osservazione che, pur giustificandolo, gli muoveva la Giulietta) nella sua ricerca non ha coperto tutto il linguaggio del dialetto salentino. Molti, moltissimi termini sono assenti. Questo non sminuisce la sua grandezza e la devozione che il Salento è tenuto a tributargli, ma non dimentichiamo che era un ricercatore tedesco, non era cioè nato e cresciuto in loco e in tempi quando tutti parlavano il dialetto per cui aveva già di suo assorbito un linguaggio parlato e ascoltato che magari andava semplicemente approfondito e confrontato con altri paesi. Io so che la Giulietta, a suo merito, diceva sempre: “Io ho trascorso l’infanzia e la giovinezza fra contadini e massari; sei mesi l’anno addirittura a tu per tu in campagna, quando per ettari ed ettari era tutto un formicolìo di contadini e di massari appunto”. La sua ricerca in effetti, continuata o condotta negli anni della maturità aveva già le basi consolidate. In quanto alla “curte ti lu mmàusu”, per me stesso faceva parte del linguaggio parlato giacché ancora dopo sposati (1965) avevamo in proprietà più di una masseria: ne cito una, “Lu garzùtu”, situata al confine fra Copertino e Nardò.

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