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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    Salve a te Marcello!!!

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    grande Fabio! ora si che avremo da divertirci e da acculturarci nel vero senso della parola riguardo ai dialetti salentini. Con due come voi (te e Armando, ma ve ne sono altri che raramente si uniscono a noi) non esisteranno più segreti.

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    Magari fosse vero (almeno per quanto riguarda il mio contributo), caro Marcello! Ma qui rischiamo, per il momento, di dire le stesse cose senza accorgercene. Che "sparliggiare" (=andar fuori di testa) corrispondesse alla forma intensiva di "sparlare" (voce che il Rohlfs registra, nonostante sia presente in italiano, per il significato particolare che nel Brindisino assume di “delinare, farneticare”, accanto a quello consueto di “parlar male”) mi pare di averlo detto fin dall’inizio con sufficiente chiarezza. Il problema è se "sparliggiare" (=perdere) è da considerarsi un adattamento semantico (e come?) del precedente oppure un omofono (dunque, con un etimo diverso: ma quale?). Alle due ipotesi ho tentato, sempre nel post originale, di addurre delle pezze giustificative, senza prendere posizione. La voce foggiana dal sig. Fabio documentata ha aggiunto una terza ipotesi e, come se non bastasse, sembra in grado di dare anche un supporto etimologico allo spalisciàre (=smarrire) otrantino e al parabitano spaliggiàtu registrati dal Rohlfs. Chissà che non ne venga fuori una quarta, con l'augurio che sia quella decisiva e che consenta, almeno a me, di fare una scelta convinta.

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    Sorry... non volevo ripetermi su quanto già detto! Purtroppo le divagazioni etimologiche portano anche a questo! Accantonando il termine foggiano, ritorno su quanto detto dal sig. Armando: sparliggiàre (dissimilazione -ll->-rl-)>>. E' la più convincente dati altri esempi di prestiti italiani con -l->-ll-. Faccio forza su questo ricordando che nel lecc. vi è mandullinu 'mandolino' ma anche la variante mandurlinu. Resta solo da chiarire da dove provenga spaliggiare: è allografo di spalisciare? E' chiaro il rapporto di palisciare : spalisciare (con s- intensivo) secondo l'accezione 'paleggiare il grano, sparpagliandolo al vento per separarlo dalle scorie'.

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    Su ccè gghè / gghète (e non, come si propone, gghiè, gghiète) ho sempre pensato che derivasse da un originario ccè j-è / j-ète con j- eufonico come lo si incontra, ad es. a Maruggio (ccè jèti?). Il neretino avrebbe adoperato una sorta di 'ipercorrezione' di j- (troppo rustico) in gghj-. Ho molta difficoltà invece a spiegarmi la forma cci ggè? di Miggiano, da dove deriva la variante gg-.

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    Sparliggiàre (=perdere) allografo di spalisciare? Semanticamente c’è un debole aggancio (il grano spalato, però, non scompare) e foneticamente con -iggiàre dovremmo supporre l’ipercorrettismo. O no?

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    Ad onor del vero gghiè/gghiète, come mi sembrava di aver detto chiaramente, non sono le forme proposte da me ma dal Rohlfs e adottate anche nella lingua scritta (beninteso, ciò non costituisce, soprattutto in questo campo, una sorta di vangelo...), com’è detto in nota 1. Quanto alla j eufonica, pur essendo tutto possibile, io adotterei prudenza: sarebbe interessante sapere in via preliminare, secondo me, qual è la forma usata a Maruggio in assenza di cce (quest'ultimo io lo scriverei senza accento, anche ipotizzando la sua derivazione da hocce e non, come l'italiano che, da quid) e da lì continuare il discorso. Anche perché, solo per fare due esempi, il Rohlfs attesta (isolato) per “egli è” a Salve jè e a Palagiano jé; anche qui sarebbe interessante capire se j- corrisponde ad “egli” oppure è un’aggiunta eufonica (basterebbe che qualche gentile lettore di queste due località gentilmente ci comunicasse come si dice dalle sue parti “che è”).

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    Da noi la forma col significato del post è "spaliggiatu" e si usa sia la forma "ha spaliggiatu" che quella "è spaliggiatu", sempre nel senso "è impazzito", "ha perso il filo e la concentrazione innervesondosi. Nella forma .. " a nu certu puntu, spaliggiara tutti" per dire "se ne andarono tutti". Come il gatto spaliggia i passeri...

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    La sostanza che si ricava dalla pianta è la colchicina, un alcaloide che trova utilizzo nella medicina per il trattamento della gotta (la "putàrica" dei nostri avi), talvolta utilizzata anche per far fronte a fenomeni infiammatori. Da qualche anno i cardiologi la utilizzano nel trattamento delle pericarditi, con possibilità terapeutiche quindi ancora tutte da definire.

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    Ci sono troppi disinteressati perchè i pochi buoni riescano a vigilare sui molti furbi. Finchè non cambieranno queste (seppur approssimative) proporzioni non cambierà mai niente.

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    Um proverbio di Nardò sentenzia che "lu mercatu ti merca", nel senso che chi va a fare acquisti al mercato prima o poi vien imbrogliato a causa dell'abile venditore di turno che ti sbologna della merce di scarso valore. Quel "mercare" deriva forse da "mercu", il segno che resta sulla pelle in seguito a colpo inferto da qualcuno o dopo un urto? E questo "mercu" forse viene dall'italiano "marchio"?

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    Armando, mi viene un atroce dubbio! ma come si indica in dialetto l'ecchimosi, ovvero lo stravaso dei piccoli vasi sanguigni?

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    Basterebbe fare come per gli incendi dolosi: si brucia? non si costruisce! Perchè non si revoca la concessione a chi ne usufruisce ed ha adottato sistemi truffaldinamente illegali? Troppi interessi in ballo. Chi dovrebbe vigilare dice che non ha mezzi a sufficienza per farlo ma a misfatto compiuto manca, secondo me, la volontà di perseguirlo. Intanto per ora i criminali dell'ambiente si rimpingueranno le tasche con la prossima stagione mentre per i prossimi anni si vedrà.. condoni ed altri mezzucci spianeranno non solo le dune.....

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    Caro Marcello, comincio ad invidiarti. Ti sei posto tre domande e ti sei dato per tutte e tre la risposta, almeno secondo me, esatta. “Lu mercatu ti merca”, poi, al di là del gioco di parola basato (per quanto inconsapevolmente) sull’omofonia e, sganciato, dunque da ogni rapporto etimologico, è di un’attualità estrema, quasi la trascrizione di “alla mercé di...”.

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    Troppo buono Armando! però non mi hai risposto all'altro quesito. Come di indica "ecchimosi"? ma bada bene, quella causata di recente. Altrimenti, se già è avanzata, si dice "gnuricatura"

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    Pensavo fosse "mercu" e perciò parlavo di tre risposte su tre domande. Resto in attesa.

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    non avevo compreso. Credo anche io si indicasse così, anche perchè non trovo un termine più appropriato. Mi pare sia però un termine generico, tanto che di uno con più "merchi" si dice "vae tutti mirchisciatu", anche osservandolo nei giorni seguenti al trauma. Per esempio lo si dice di un bambino irrequieto che ha "collezionato" più "merchi" e se li ritrova sulla pelle.

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    E' sempre piacevole leggere questi piatti , specialmente se si è lontani da Lecce ... Anche se li facciamo in casa , ma leggere il dialetto è a dir poco una favola ... sembra quasi d'essere lì ... ohi , che nostalgia :( Come devo dire , che è un vero piacere , fare queste prelibatezze , e gustarle ! Una buona Domenica a Voi tutti che scrivete questi articoli . Sandra

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    il link aggiornato con le fasi della panificazione: http://www.micello.it/?p=3056

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    Ai gentili lettori vorrei far notare che anche a Nardò nel corso degli ultimi secoli abbiamo avuto dei nostri concittadini che hanno vissuto in odor di santità. Mi riferisco ai seguenti illustri e dimenticati Santi personaggi: Il BEATO GIULIO (delle sua biografia qualche mese fa SPIGOLATURE SALENTINE pubblicò delle sue note biografiche) nato a Nardò nel secolo XVI e morto Montevergine (dove il suo corpo integro e imbalsamato è esposto sotto un altare del relativo Santuario). FRATE ANTONIO MARITATI, Nato a Nardò nel 1616 e morto a Lecce nel 1676. SUOR TERESA DI GESU', nata a Nardò nel 1621 e morta a Lequile il 26 novembre del 1679. Di FRATE ANTONIO MARITATI e di SUOR TERESA DI GESU' ho presentato alla redazione di SPIGOLATURE SALENTINE un mia ricerca (della quale sono in attesa della pubblicazione su queste pagine) sulle loro biografie e sui loro Santi prodigi, attenendomi alle notizie storiche che ci sono state tramandate,

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