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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    Non sono qui per tessere lodi ad Armando per la scientificità delle sue continue proposte (cosa che in passato ho già fatto interpretando il pensiero e il desiderio di tanti spigolatori), ma per chiedere il suo soccorso in merito alla differenza intercorrente tra due termini affini fra di loro nel rapporto “spinoso” con i piedi dell’uomo: Azzapiéti e rizziéddhri. A proposito di un componimento popolare pronunciato dai contadini al cospetto di una persona punta da una presunta sacàra, e il cui fine era quello di ingraziarsi San Paolo per la protezione in tal senso, nelle quattro strofe conclusive si legge: E ffùcinu chiamànnu Santu Pàulu ca ti pressa si nfàccia pi’ bbitìre e a unu a unu li uarda e nni mmisùra lu core a llu fucìre. Uàrdali – tice- fili bbinitìtti, pronti a llu jutu fùcinu squasàti… Quisti so’ mmia, uài a ccinca li tocca, quisti so mmia e bbànu cumpinzàti… Càccia nna penna tutta t’oru finu apre lu libbru e ssegna paru paru li azzapiéti nfirràti a lli carcàgne e lli rizziéddhri ti lu puddhricàru. Poi a ognetùnu tice cu lla oce santa: Ti tegnu a ccuntu, no tti nni tulìre… quanti azzapiéti, tante razzie a ncelu, tanti rizziéddhri, tanti juti à bbìre.” Ora, alla lontana da ogni interpretazione scientifica e solo nella visione di artigiana della parola e, attraverso questa, interprete dei comportamenti della società contadina di fine Ottocento, Giulietta così traduce i due termini: Azzapiéti = erbe selvatiche striscianti a tralci irsuti. Rizziéddhri = semi a coccoline spinose. Sto abusando nel chiedere – anche attraverso un prossimo saggio – questo chiarimento perché mi sembra che la visione fotografica dell’azzapete qui presentata corrisponda più o meno alla coccolina spinosa che Giulietta attribuisce al rizziéddhru. Quale differenza o attinenza esiste fra le due erbe pungenti? Chiedo scusa all’amico Armando, che ringrazio e saluto con l’inchino letterario che merita.

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    Non ho dimestichezza con le manipolazioni né con le finzioni. Il testo esprime la mia personale opinione o meglio le sensazioni provate per aver rivisto dopo tanti anni un'insegna che ha il sapore dell'antico. Tutto qui. Lascio agli altri le argomentazioni prettamente sociologiche e/o politiche del fenomeno. Non sono abituato a redigere decaloghi nè proclami, preferisco narrare a modo mio senza condizionamenti e in piena libertà.

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    Ti ho sempre ritenuto una persona eccezionalmente intelligente e colta,ma tu superi ogni limite!!!!!!!!Complimenti vivissimi e grazie per le tue "informazioni" così profonde!!!!!!!!!!!!!!

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    La masseria fortificata LA TORRE è stata gestita per quasi tutta la prima metà del secolo scorso dal neretino ANTONIO MARRA (deceduto negli anni 50), padre di mio suocero Salvatore Marra (deceduto nel 1990), Mio suocero mi raccontava spesso della sua giovinezza vissuta in quella masseria e mi rievocava il rispetto che aveva e che riceveva dal proprietario dell'epoca, me lo descriveva come un gran signore ricco di modestia e di grandi virtù umane il quale frequentemente col biroccio andava in quella masseria anche per villeggiare. Se ricordo bene, il proprietario era di professione medico e, se la memoria non m'inganna, aveva come cognome Rolli, mentre di altri proprietari o comproprietari non mi è stato fatto mai nessun cenno a parte il Sig Mele, uno degli ultimi subentrati, che una volta andammo a trovare perchè dopo diversi decenni di assenza voleva rivedere la masseria e la torre, Ricordo che il Sig. Mele ci accolse con molto garbo e tanta cortesia e insieme a mio suocero rievocarono i fasti delle loro gioventù e le vicissitudini di quella gloriosa masseria fortificata

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    Per Cecilia: Cecì, ma cce ddici? (ho controllato quaranta volte se ho scritto bene perché sembra uno scioglilingua...vuoi vedere che c'è qualche errore?)

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    Per Nino Dopo aver ricambiato l'immeritato inchino entro in medias res. ... li azzapiéti nfirràti a lli carcàgne e lli rizziéddhri ti lu puddhricàru .... quanti azzapiéti, tante razzie a ncelu, tanti rizziéddhri, tanti juti à bbìre... Ho estrapolato dal testo del componimento popolare i versi contenenti i due lemmi che ci interessano. Raramente, già nella lingua nazionale, due termini apparentemente sinonimi lo sono fino in fondo; lo stesso succede pure nel dialetto, e che ne fosse perfettamente consapevole e convinta (in seguito, è il caso di dire con un senso doppio più che doppio senso..., ad una ricerca sul campo) la signora Giulietta lo dimostrano le due definizioni ben distinte che delle due erbe ha riportato. Si tratta, infatti, di due specie completamente diverse, anche se più o meno affini negli effetti che il loro contatto produce. Siccome all’azzapete non c’è (per il momento!...) da aggiungere molto, passo alla rizzieddhu (nel vocabolario del Rohlfs è registrato solo col significato di infiammazione delle ghiandole sottoascellari e come viticcio). Sorvolo sul nostro significato derivante dall’essere (come i due precedentemente citati) diminutivo di rizzu=riccio (ma che sorvolo è, se ho detto tutto?) per far notare come nel secondo dei versi riportati compare “puddhricaru”, che non ha niente a che fare con la pulicaria (erba tutt’altro che spinosa; il Rohlfs riporta la voce con questo significato per il Brindisino e il Tarantino). Credo che “puddhricàru” stia qui per pollaio (e si tratta dei pollai di una volta, in pratica ampi spazi recintati), con riferimento al fatto che, laddove quest’erba era presente, le sue brattee uncinate trovavano gradito (per loro, non per le galline) albergo sulle loro penne. Poco fa Nerino, il mio gatto, se ne è tornato col suo bel nero pelo lungo infestato da rizzieddhi. La pianta in questione in italiano si chiama antrisco lappola, il nome scientifico è Anthriscus vulgaris Pers. ed appartiene alla famiglia delle Ombrellifere. Un’ultima nota: con quell’azione per noi e per gli altri animali spiacevole la pianta attua solo la sua disseminazione. Questa, che è poi una domanda retorica, è riservata agli schizzinosi: quanti umani farebbero meglio ad astenersi da questa attività (nonostante il calo demografico), quando sia rivolta alla riproduzione, visto il fastidio ben più grave che arrecano loro stessi e che (se i geni non sono un’opinione) inevitabilmente arrecherà la loro prole? E ora, caro Nino, dimmi pure che sono uscito fuori dal seminato...Vado a spazzolare Nerino.

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    Caro Nino, butta a mare tutte le galline che ho messo in campo perché ho preso un abbaglio grande quanto una casa. Se è vero che mia suocera ed altri usano "puddhicaru" per "pollaio", è evidente quanto la mia bruttezza che qui, invece, la voce sta nel senso di "alluce" (mi era sfuggito il rapporto carcàgne/puddhicàru), con allusione al fastidio che il rizzieddhu provoca soprattutto quando si insinua tra le dita dei piedi (il puddhicàru è nell'economia del linguaggio contadino il "pollice del piede"). Se volessimo trovare una differenza nel meccanismo d'azione tra le due erbe diremo che ilrizzièddhu si insinua ed aderisce, l'azzapète penetra. Tutto il resto sembra (!...) andare bene.

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    Sì, infatti stavo per fare la precisazione puddhraru/puddhricaru (pollaio/alluce) quando mi si è parato di fronte l’ultimo tuo commento. Grazie, Armando.

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    leggerlo e stato davvero bello....il post che hai scritto....che dice semplicemete meraviglioso...come le persone che stanno lì dentro............grazie elio...come sempre ci fai vivere delle emozioni fantasiche....

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    “Gli ideali ti portano a fare scelte di vita che non puoi barattare con un posto di lavoro, una licenza edilizia, una strada asfaltata che ti arriva fino a casa e lì la strada finisce”. E’ vero, l’unica scelta che ti consentono gli ideali è quella di rimanere un puro di cuore. Ma non è una sconfitta, anzi è una vittoria sugli affanni del mondo, in questo caso sull’esistenza corrotta e distruttiva di quanti sono stati malamente protagonisti del periodo storico qui intelligentemente e (con ragione) dolorosamente rappresentato dall’autore.

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    Complimenti! Ieri aggiu mangiatu carne te cavallu!

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    E' già un piacere leggere le interviste di Gianni, se poi l'intervistato è Mino...siamo a cavaddhu!!! Grazie ;)

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    Beh, il disco è da comprare a prescindere, per alcuni motiv: perchè è bello, perchè Mino è nu bonacciu, ma ha uno sguardo ironico di quelli che mandano a cagare il mondo storto e perchè costa poco. Non copiatelo, compratelo.

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    'Cultura' termine abusato? Questa, per esempio, è cultura. Il cavallino delle strofe riportate è la messa in opera divertente dell'animo pesante del lavoratore ribelle, esasperato e talvolta incoscientemente presuntuoso. Mezzadri col sogno di poter finalmente decidere se fare o non fare, se seguire, tornare o perfino andare...contro corrente. Sembra uno spettacolo tragi-comico enfatizzato ancor più dall'uso ruspante e colorito del dialetto salentino.Botta e risposta sottoforma di stornelli popolari dal sapore antico e moderno insieme.Bellissime scene in versi, magari ancor meglio in musica! Mino De Santis è un menestrello dei nostri giorni, custode di tradizioni, fatti e ricordi che hanno un sapore dolce-amaro, come lui stesso dice, ma condito di realtà e senso critico. Un invito all'ascolto e alla riflessione da non sottovalutare.

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    Armando, consapevole che sei restio ad accettare elogi, permettimi, almeno oggi, di esprimere i complimenti per l'eccellente e magistrale post sulla melagrana! Trattazioni come queste ci sollecitano a predisporre la già annunciata raccolta in cartaceo dei tuoi validissimi contributi. Grazie a nome di tutti gli Spigolaturi per deliziarci con questi inediti che meritano la più ampia diffusione

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    YouTube Il canale TorreBelloluogo presenta il video: STROBO http://www.youtube.com/watch?v=DsdL97sFp-Y La suggestiva performance artistica del duo composto dai musicisti Marco Bardoscia & Raffaele Casarano mentre suonano nell'Abbazia Bizantina di San Mauro sulla Serra dell'Altolido, nel Comune di Sannicola, sabato 24 settembre 2011, nell'ambito dell'iniziativa: COLORIAMO di "voci" San Mauro promossa dal Comune di Sannicola - Assessorato alla Cultura. Nel buio della scena, rappresentata dalla navata centrale dell'Abbazia Bizantina di San Mauro, il video STROBO è la visione stroboscopica dell'evento ripreso grazie agli effetti di luce dei fari delle telecamere e dei flash delle fotocamere degli operatori e dei fotografi puntati alternativamente (o contemporaneamente) verso i musicisti, illuminando a sprazzi i protagonisti e facendoli risaltare nell'oscurità dell'ambiente già immerso nel buio della sera. Si ringraziano i Musicisti Marco Bardoscia e Raffaele Casarano; il Sindaco di Sannicola Giuseppe Nocera e l'Assessore alla Cultura del Comune di Sannicola Danilo Scorrano. Il video è stato realizzato dall'Osservatorio Torre di Belloluogo. Le riprese e il montaggio sono a cura di Beniamino Piemontese. Location: Abbazia Bizantina di San Mauro Sannicola (Le) Internet: http://www.torredibelloluogo.com/salpando_per_san_mauro.htm

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    In quanto al “cartaceo”, con il tuo permesso, caro Marcello, a proporlo per primo sono stato io. Controlla fra i commenti del passato e ti accorgerai che il modesto Armando mi ha addirittura bacchettato, sia per questa proposta, sia per gli onesti e doverosi complimenti che l’hanno generata.

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    Testo Interesante ed eccellente.

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    Ho appena trovato cinque rotoli di carta igienica (intonsa...) risalenti ad almeno trenta anni fa. Se imprimatur dev'essere, almeno quella avrà un certo valore...

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    prego, Carta Fabriano è il minimo per ospitare i saggi...

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