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Channel: Commenti per Spigolature Salentine
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Commenti su Un mestiere come un altro [le confessioni di un custode cimiteriale] di Raffaella

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La vita è come un teatro, a volte si ride, a volte si piange.
Il custode di un cimitero ci delizia di racconti di paese, cosciente che il silenzioso mondo in cui lavora non è altro che un’appendice del luogo in cui vive. Uccio è spigliato e, senza accorgersene, ci fornisce un breve curriculum vitae ricco dei tanti mestieri intrapresi per sopravvivere: operatore ecologico, bidello e infine becchino. In poche parole, l’ideale di flessibilità secondo la politica Monti!
E dal momento che il protagonista si definisce in sintesi un tappabuchi, non vorremmo neanche che questo termine rientrasse nel già ampio dizionario usato dal governo a discapito dei mancati lavoratori italiani!
Per fortuna il nostro simpatico becchino è concentrato sul movimentare il ‘mortorio’ in cui è costretto a lavorare. Per farlo usa la fantasia. Niente di più scontato, allora, che sorprendere in flagrante uno scheletro che ha fatto le ore piccole disertando la propria bara fino al mattino. Il poveretto si prende il rimprovero dal custode e l’autore ne approfitta per mettere in risalto lo struggente legame tra vita e morte, eterno dilemma, lo stesso che attribuisce al defunto piccoli vizi umani come la golosità e la voglia di evasione pur essendo ormai ‘ridotto all’osso’.
La scena narrativa continua ad essere illuminata da flash di superstizione e da schemi sociali, quelli secondo cui l’esternazione del dolore deve essere scenografica, magari folcloristica alla maniera delle prefiche di paese, perchè non è solo la morte a fare paura, ma anche il dubbio di non apparire abbastanza addolorati davanti agli occhi degli altri e della propria coscienza.
Prove generali della nostra futura dipartita.
Interpretazioni e suggestioni a parte, Giorgio Cretì tratta la morte con rispetto, a volte con disincanto, di certo con saggezza e ironia. Lui sa che il dolore è un colore sacro e intoccabile dell’infinita gamma di tonalità che offre la vita.
Se dunque la morte appare boccone incandescente, l’autore riesce a maneggiarlo soffiandogli addosso la propria delicata umanità fino a raffreddarlo rendendolo commestibile.
Siamo affezionati al nostro ‘custode narratore’ che anche stavolta rende superba la conferma che l’ironia è il sale sia della morte che della vita, così come la conoscenza il gusto che le rende dolci.


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