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Channel: Commenti per Spigolature Salentine
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Commenti su Galatina. Il Venerdì dell’Addolorata e la statua di Patipaticchia di raffaellaverdesca

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Significativo e piacevole salto nelle tradizioni popolari passate con divertenti appendici a sensazioni personali al presente. Massimo se ne dimostra maestro e lo fa anche nell’evocare una tradizione ormai ‘reclusa’ della Settimana Santa. Quale altro destino poteva infatti meritarsi la rappresentazione iconografica di chi flagellò nostro Signore?
Il Patipaticchia, personaggio sconosciuto ai più, a Galatina fu il risultato del desiderio tutto umano di rendere materiale e visibile l’ombra nera che sovrasta il bene, pur su commissione, e di liberare lo sdegno, il rancore e l’atavico senso di vendetta di un popolo in lutto.
Ed ecco che la statua del flagellatore veniva offerta come capro espiatorio alle pulsioni represse di uomini e donne che, infierendo contro di essa, s’illudevano probabilmente di esorcizzare il male dentro di sè e nel mondo, oltre che quello che dovette subire Gesù durante la sua Passione.
Ancora una volta si passano il testimone il sacro e il profano, la fede e la superstizione di un popolo, quello salentino, fortemente imperniato di essenzialità contadina. Il Patipaticchia è dovuto così essere destituito, allontanato dalle scene rappresentative del Venerdì Santo proprio perchè simulacro inconsapevole di paganesimo, se è vero che il sacrificio estremo del Cristo è invece la più alta rappresentazione dell’obbedienza estrema alla volontà di Dio Padre, l’invito più vibrante e spirituale al perdono, la prova più difficile della fede nella Parola. Tutto il Cristianesimo, in fondo, ruota su questi momenti e premia la fiducia religiosa con la Resurrezione, la Pasqua. L’ ‘Occhio per occhio dente per dente’ è istinto e l’istinto non dovrebbe mai avere vittime, neanche il Patipaticchia a cui vanno le nostre scuse e non per l’aver inflitto pene al Crocefisso, ma per aver incarnato il nostro lato vigliacco, crudele e spesso indifferente alle brutture che ci impongono e che imponiamo, che fingiamo di non vedere e che lasciamo che siano. A Massimo vada invece la mia più profonda gratitudine per averci dato un grande spunto di riflessione sulla nostra superba cecità dinanzi allo spirito, lo stesso che ci renderebbe invece più vicini a Dio.


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