“Mmàusu” e non “mmasùnu”.
Sicuramente gli esperti di antiche masserie mi avranno già battuto per un involontario errore di digitalizzazione. Si trova all’ottavo rigo del paragrafo che inizia “Sul calare della notte di parasceve”.
A parte il fatto che “mmasùnu è proprio delle galline e degli uccelli, lo “spiazzo situato all’interno dell’arco d’ingresso e di solito prospiciente la casa del massaro” non poteva essere un abituale ricovero delle mandrie, adibito in via del tutto speciale per quella particolare notte, da un punto di vista pratico riguardante la sicurezza – trovandosi all’interno del portone – e dal punto di vista simbolico spiegato attraverso la “chiarificazione” che segue immediatamente, quella che riporta infatti “ai recinti del tempio di Salomone e agli usi dei pellegrini israeliani”.
In sintesi, la “curte ti lu mmàusu” era il cortile dove abitualmente avvenivano i lavori successivi alla mietitura del grano, tipo appunto la legatura dei mannelli di spighe, in copertinese chiamata “mmàusu”. L’aia di campagna, insomma.
Chiedo scusa per l’errore e auguro a tutti una buona Pasqua.