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Commenti su Leccesi, c’era una volta / 2a parte: Quando arrivammo a Civita Castellana di Alfredo Romano

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Raffaella, più che commentare, riscrive il racconto quasi, e con notazioni appassionate che aggiungono valore a quel mio innato desiderio di raccontare una storia, quella della nostra emigrazione a Civita Castellana a lungo dimenticata. Con la scusa di far ridere, certo, ma anche con quel sottofondo di amaro che uno si porta dentro per tutta la vita. Quel ridere di noi stessi, di noi leccesi, è stato l’unico modo per espugnare le armi di un noto avversario che si chiama ignoranza e paura della diversità culturale. E’ una ricchezza questa, c’è un tesoro vicino e tanti non hanno occhi per vedere, né orecchie per sentire e così restano miserabili per tutta la vita e non bastano i soldi in tasca per ben vivere e campare.
Tanti anni fa scrissi una poesia in proposito destinata ai civitonici, gli abitanti di Civita Castellana. Voglio qui riproporla, se non vi dispiace.

IO NON VI PERDONERÒ
(A quelli di Civita Castellana che non sono mai usciti di casa)

Io non vi perdonerò
Civitonici o cari
l’avermi dissacrato Lecce
questo magico suono
che vibra al vento della Grecia
e schiude agli occhi un barocco
solare d’incanto
Io non vi dirò il vino
allietarvi il demone dei giorni tristi
i profumi aleggiare
sui nostri orti le nostre
tavole d’ogni dio imbandite
cristallino il mare
a mitigare le nostre
estati io non vi dirò
L’occasione stupidi
avete perso di dire
a un leccese favorite
la vita l’amicizia
l’ospitalità gli arcani
misteri per voi avrebbe
svelato canti d’amore
di morte fatiche millenarie
per voi cantato davanti a un camino
l’ultima fiamma un bicchiere
l’ultimo tozzo di pane
l’anima avrebbe spartito

1983, Civita Castellana


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