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Commenti su Leccesi, c’era una volta / Mio padre Giovannino. 5a parte. di Alfredo Romano

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Cara Raffaella, non mi è stato facile impersonare mio padre che manca dal 1986. Aveva 71 anni. Nel corso delle prove che facevo da solo in casa, ogni tanto dovevo fermarmi perché preso da troppa emozione. Ma quell’omaggio glielo dovevo fare, era come farlo ritornare a vivere. Sul palco, però, non puoi piangere, non saresti credibile: sul palco devi fare teatro. Ecco, se tornasse mio padre lo vorrei ancora con le sue grida, le sue finte bestemmie, le imprecazioni e tutto l’armamentario di gesti e parole lanciate al cielo in segno di sfida. Lui che era stato tre anni in Abissinia a guerreggiare dal 1935 al 1939 e altri sette sul confine francese dal 1940 al 1945. Diceva sempre che Mussolini s’era preso la sua gioventù. Era un affabulatore mio padre ed era bellissimo. Mia madre diceva sempre che aveva avuto figli belli, ma che nessuno aveva preso della bellezza di papà. La vita non gli era stata facile e ancora oggi sono qui a spiegarmi come abbiano fatto i miei a tenerci su e a prendere quella decisione di portarci a Civita Castellana, terra straniera, accolti come peones, gli ultimi della terra, quasi che dovessimo mendicare un tozzo di pane, un tetto decente, un vestito decoroso, un boccone saporito, uno sguardo benevolo, la “grazia del Signore” che tardava a venire. E quando la domenica pomeriggio mia madre ci dava quelle poche lire per un gelato, io non le volevo, le dicevo che a stare con gli amici non c’era bisogno di soldi. Si andava a piedi al paese, 10 km andata e ritorno. Poi la bicicletta, un regalo che ebbi a 22 anni e mi sembrava di andare in Ferrari. Sono contento quando faccio il pezzo di mio padre furioso e sono contento che il pubblico rida. Sono sicuro che anche mio padre approverebbe e me lo vedo in fondo al pubblico a ridere di me, del mio inventarmi per lui quei 10 minuti di resurrezione. La gente ride e non sa che non c’è altro modo per far tornare sìrama lu Giuvanninu Capijancu!

P.S. A proposito del fatto che noi figli tardavamo qualche oretta a levarci la mattina per la raccolta del tabacco, mia madre non era così preoccupata, perché, una volta sul campo, noi piccoli cavalieri eravamo imbattibili, e le foglie ci venivano in mano da sole e i mazzi diventavano più grandi di noi, e i telaietti nostri a seccare al sole erano quelli più belli e con le corde senza “angiulieddhi”. Eravamo svelti noi piccoli sul campo e sognavamo storie e ragazze di là da venire.


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