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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    non ci sarei mai arrivato a simile trascrizione ed ho sempre utilizzato "gghè". Bisognerà adeguarsi alla nuova grafia, molto convincente! Integro con un altro esempio a proposito di iastimàre da *biastimàre: iata per beata/beato: iata a te=beato te; iata a queddha casa a ddò nc'è 'na chìrica rasa=beata quella casa in cui risiede una tonsura, ovvero un chierico. Solo un dubbio: iastimare, iata, iessi, iussu, ecc., non è meglio trascriverli con "jastimare, jata, jessi, jussu"? Ho l'impressione che quando la "i" si appoggia ad una vocale si pronunci diversamente. Per esempio "iò-ieu" (pronome io), mi pare rendersi meglio con "jò-jeu". Noto una differenza di pronuncia tra questi termini e, per esempio, "la 'ia" (la strada), in cui questa "i" non è la stessa.

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    Eccezionale! Ad dir poco eccezionale. Mentre si legge questo scritto si ritorna molto indietro ai bei tempi che furono. Finito di leggere si ritorna al mondo sintetico e ipertecnologico di oggi, sintetico e privo dei valori che si acquisivano andando a lavorare in campagna!

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    A Nardò si tice PRUBBLEMA e non PROBLEMA, quel termine lo lasciamo dire...... al resto degli italiani

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  • 06/18/11--00:45: Commenti su Info di eulalia
  • salve, sono una studentessa universitaria, laureanda in beni culturali, trovo molto interessante questo sito, ben impostato.....volevo farvi i complimenti!!!! Viva la provincia di Lecce, viva i nostri magnifici edifici, viva la nostra splendida cultura.

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    Osservazioni perfette. Il mio iastimàre va corretto in jastimàre.

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    la vita è fatta di compromessi, caro Armando! e per me, da oggi in poi, "gghè" diventa "ggh'è". Un caro saluto, arcicontento di aver superato la prova!

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    a dire il vero neppure "prubblema" ci appartiene o perlomeno non l'ho sentito quasi mai. Mi pare che il termine sia reso dal nostro popolo con "rumpicapu", se non addirittura con "cce 'zziuni" (letteralmente "che azioni") o "mammuni pi lla capu", anche se quest'ultimo sta più per indicare un chiodo fisso, una preoccupazione, un capriccio. Quando il problema è molto difficile o irrisolvibile ecco che lo si rende con "piernu": "cce piernu aggiu ccappatu".

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    Cce zziuni! (usato per lo più in frasi esclamative) corrisponde secondo me all’italiano “cose dell’altro mondo!” e nessuno degli altri è sinonimo, come dovrebbe essere nel nostro caso, di “dilemma”. Oltretutto nella vignetta dovevo seguire la traduzione più corrente del nesso originale. Da qui “problema” (tal quale l’italiano), scelta dovuta al fatto che è l’unica forma che ho sentito in conversazioni in dialetto. Tra l’altro, non è da escludere che ciò sia dovuto ad un fenomeno di ipercorrettismo, ma anche “prubblema” potrebbe avere, all'inverso, la stessa origine, cioè essere frutto di adeguamento alle tendenze tipiche del dialetto (passaggio o>u, geminazione espressiva di una consonante). Si può indire un referendum? Quanto a gghè (che col gghiè rohlfiano è la forma più usata) sarebbe bastato staccare -è (inequivocabilmente terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere) e chiedersi la funzione e l’origine del restante ggh-). Io l'ho fatto e non me ne pento...

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    Anche per me 'prubblema' è una forma ipercorretta. E per un sinonimo di 'problema' in dialetto neretino io proporrei 'cazzunculu' (dal significato originario evidente).

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    Quello suggerito da Antonio è sicuramente il sinonimo più pregnante! :)

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    Forse, anche se si riferisce ad un danno più materiale (subìto o prossimo) che ad un dilemma del nostro tipo. Comunque, suggerirei di scrivere correttamente "cazzu 'n culu" (Antonio, ti sei reso colpevole di "agglutinazione eufemistica plurima") per evitare un'altra vignetta, col cambio solo del testo del fumetto, che richiederebbe, il gioco si fa pesante, un ulteriore (vallo a pescare!) sinonimo...

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    Prof., ho scritto consapevolmente 'cazzunculu' (a dire il vero, mi sono posto il problema e speravo nella sua puntualizzazione) perché mi pare che si sia verificato un fenomeno di lessicalizzazione simile a quello dell'italiano 'capintesta'

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    Caro Antonio, vada per la lessicalizzazione, però capintesta è da capo+in+testa>cap’in testa>capintesta. Quanto al plurale della nostra voce, lessicata, credo che la forma più corretta dovrebbe essere cazzinculo (dal momento che il bersaglio rimane uno e le frecce sono di più...), ma qui si aprono scenari (e mi riferisco al solo fatto grammaticale...) inquietanti, in cui detta legge l’uso (scorretto), com’è successo per pomodori in cui, addirittura, il pomo è rimasto unico e il complemento di materia (sia pure figurato) è diventato plurale, con buona pace di pomidoro. La tua vicina in un certo senso ha invertito, sbagliando, il numero del protagonista passivo (da singolare a plurale) lasciando immutato quello del protagonista attivo. D’altra parte, direbbe chiunque non fosse in grado di fare il nostro percorso, o, semplicemente, non tenesse in conto che il nome è composto, -i non è la desinenza tipica del plurale maschile? E allora, che volete? Mi ha fatto un grandissimo piacere rileggerti. A presto.

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    State scaldando i motori per domenica ?

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    non a caso Antonio Faita ci ha proposto l'articolo di oggi, prima di vedere direttamente la bellissima tela della cattedrale

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    [*exparère>*exparidiàre (aggiunta di un suffisso fattitivo -idiàre, dal greco -izein)>spariggiàre> (normale sviluppo -di->-gg-; da -idiare deriva il suffisso italiano -eggiàre)> spaliggiàre (variante, come si è detto, di Casarano, Parabita e Spongano)>spalliggiàre (geminazione espressiva di -l-)>sparliggiàre (dissimilazione -ll->-rl-, oppure per influsso dell’altro sparliggiàre;...] Ma perché tutte queste trafile? Altro che Garrisi...!!! N.B. nei dialetti salentini non si ha "normale sviluppo di -di->-gg-" ma di -di- in -sc- (s linguale semplice). Non so se può essere di aiuto, ma in foggiano vi è il verbo sbalijà "uscire di senno, vaneggiare, parlare in modo sconclusionato", l'agg. sbalijàte "sbalestrato, folle, scapestrato"; entrambi prob. derivano dal sost. valìje "forza, volontà". Attendo lumi!

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    Ma vedremo anche l'altare di San Tommaso d'Aquino nella chiesa del Rosario con la tela del Catalano, dove descrivo tutta la curiosa vicenda dello jus patronatus nell'articolo che ti ho inviato.

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    Signor Ria, se mi sono permesso di criticare Garrisi è perché, filologicamente parlando, la trafila è una procedura più corretta rispetto all’incrocio che, dovrebbe, comunque, avere un minimo di giustificazione semantica (e “svaligiare”, francamente, mi sembra ridicolo, come ancor più ridicoli altri incroci da lui proposti, sui quali, se vorrà, potrò darle ampia dimostrazione). Debbo, per converso, riconoscere che la sua osservazione sullo sviluppo -di->-sc- nel salentino è esatta [dìgitu(m)>tìscitu] ma che nel nostro caso è in ballo il suffisso -eggiàre (dal latino -idiàre, a sua volta dal greco -izo, a sua volta, come ben sa, da *-idjo), sicché bisogna mettere in campo il gruppo -dj- (da me malamente scritto -di-): diana>sciàna, etc. etc.. La conservazione in sparliggiàre del suffisso italiano e il mancato passaggio a -sc- potrebbero essere dovuti alla nascita relativamente recente della voce. La ringrazio del suggerimento della voce foggiana che con il primo (forza) dei due significati della probabile primitiva rende possibile un collegamento al latino valère=esser valido. Credo, però, che sbalijà abbia il suo corrispondente nell’italiano svariare (l’amico Pier Paolo Tarsi, se leggerà questa risposta, dovrà riconoscere che il mondo è piccolo...). So che le trafile le danno fastidio, ma sono costretto a farlo, partendo, come al solito, dal latino: variàre>*exvariàre>sbariàre (nel dialetto neretino esiste nel senso di distrarsi, in quello copertinese nel senso traslato di tardare)>*sbaliàre>sbalijà. Se sparliggiare fosse derivato da questo bisognerebbe spiegare non solo il suffisso (e siamo al punto di partenza) ma anche la -e- iniziale che, però, potrebbe trovare giustificazione, secondo me, nella trafila (è l'ultima...): variàre>*exvariàre*sbariare>>*sbarriàre>*sparriàre> *sparliàre. So che la sua attesa del lume è andata delusa, ma neppure per me è motivo di gioia dovere sostanzialmente confermare a distanza di due mesi (e che sono?) il titolo del post.

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    caro Armando, il signor Ria che hai pocanzi salutato è amico di vecchia data, Fabio, da sempre attento studioso e cultore della nostra lingua. Benvenuto a lui da parte mia, certo che parteciperà alle nostre conversazioni sul dialetto salentino, magari proponendoci utili arricchimenti e contributi

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    Concordo con Lei sul Garrisi (e non sono un difensore a spada tratta)! Volevo sostenere che forse la questione è più semplice: sparliggiare identico a un *sparleggiare, come il lecc. passiggiare 'passeggiare', l'ant. lecc. 'moriggiare dall'ital. amoreggiare, e in più qualche raro esempio di prestiti con -iggiare dall'ital. -eggiare. Cioè, se la coniugazione è: sparlèggiu, sparlièggi, sparlèggia, ecc non è più semplice (o forse comodo, per qualcuno?) offrire l'etimo *sparleggiare, quale intensivo-peggiorativo di sparlare (già citato dal Rohlfs, VDS)???

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