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Il blog della Fondazione Terra d'Otranto

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    C'è qualcosa che non convince in questo terremoto. 300-400 morti nella città di Nardò nel 1743 (che immagino almeno sui 5.000 abitanti) rispetto al crollo di tutti gli edifici è troppo poco. Il sisma avviene in piena notte d'inverno probabilmente con tutti i cittadini rittirati in città e ognuno nelle proprie case. Non è credibile la proporzione bambini adulti nel numero dei morti. Di questo terremoto non si trova un grande eco nei Catasti Onciari istituiti proprio negli anni immeditamente successivi. Al di la delle esagerazioni (miracoli, onde che salgono fino al santuario di Leuca, sole che di notte si asciuga e statue che cammiano) non si vede un grande rinnovamento architettonico come qualche storico afferma. Ci sta che un sisma di quel livello butti giù una chiesa ardita in muratura ma non uno scempio di tante case basse. i registri dei morti di quegli anni cosa dicono?

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    Nel libro dei Morti della Cattedrale, aa. 1742-1766, si legge che avvenne di mercoledì, ad’ore ventiquattro meno un quarto e non solamente precipitò tutta la città ma vi morirono sotto le pietre 112 persone, tra cui l’abate Tommaso Piccione ed il suddiacono Giuseppe Nociglia. Le sepolture avvennero nelle diverse chiese: in Cattedrale (34), S. Antonio (12), Carmine (10), S. Francesco (9), S. Domenico (44), S. Francesco da Paola (3), eccetto uno senza sepoltura, perché rimasto sotto le macerie delle carceri. Mons. Carafa fece celebrare 100 messe in loro suffragio. Il 7 giugno di fronte al notaio compaiono mastro Nicolantonio de Angelis da Corigliano e Lucagiovanni Preite da Copertino, publici muratori, i quali prestano giuramento "sulla stima da loro eseguita sui danni occorsi alla città di Nardò, come loro ordinato il 19 maggio da Domenico Cayetano, ufficiale della Regia Secretaria di questa Provincia d’Otranto, dipendente da Real Dispaccio di <em>S. M.a Degn.a del 9 marzo. Avevano effettuato il sopralluogo per cinque giorni continui, alla presenza del predetto ufficiale, apprezzando così il valore intrinseco delle Case di detta Città di Nardò, come gli danni à quelle cagionati dall’orrendo tremuoto accaduto in detta città à circa le ore venti trè e mezzo del giorno venti di Febraro di detto corrente anno, e con ciò osservarono che gli edificii tutti di detta città erano stati notabilmente lesi dal detto tremuoto e che per la maggior parte quelli erano fin dalle fondamenta precipitati, e quelli che erano stati dico rimasti in essere, era duopo in gran parte anche demolirsi, e quelli che restar potevano senza demolirsi, oltre che erano inabitabili ricercavano grandi spese per accomodarsi</em>".

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    I nostri ragazzi, ben lungi dal voler approfondire le origini e le tradizioni storiche e culturali del Carnevale, si accontentano di non andare a scuola per un paio di giorni spruzzandosi schiuma sintetica addosso( e altro ancora) e lasciando alle madri il gravoso compito di lavare e riportare a lucido sia vestiti che figli. Paolo, finalmente, riesce a dare a noi madri una degna spiegazione ai sacrifici casalinghi extra di questa festività, e a tutti una splendida ricostruzione storica della nascita e dell'evoluzione del Carnevale nel tempo. Da che mondo e mondo, tra gli uomini c'è sempre stato bisogno di un capro espiatorio così come di un momento di ribellione alle regole strette e alle ingiustizie larghe. Le modalità, a quanto ci spiega l'autore di questo splendido articolo, sono sempre state piuttosto animalesche, come esige l'istinto. Triste pensare che secoli fa venissero annoverati nel capitolo 'divertimento' anche la tortura, l'uccisione, la profanazione della dignità del proprio corpo. Se ci pensiamo bene, la 'licenza generale' concessa fin dall'antichità a ogni individuo nel periodo carnevalesco richiama il fantasmagorico Carnevale di Rio, esilarante e drammatico, e la licenza mascherata adottata da molti nostri politici nel loro Carnevale in atto 365 giorni all'anno. In quest'ulimo caso i danni, la corruzione e le beffe non sono mai mancati. L'esorcizzare la paura del proibito, il volergli dare una fine a tutti i costi nel rito del Martedì Grasso con il funerale del Re Carnevale, non rappresenta altro che il desiderio atavico dell'uomo di mettere ordine ed equilibrio tra istinto e ragione, tempo delle vacche grasse e delle vacche magre, desideri e realtà, fantasie e progetti reali. Peccato che non tutti abbiano chiaro che il corpo, la cosiddetta 'carne', altro non è che il tempio dello spirito, per cui mortificarlo indiscriminatamente o esaltarlo cortocircuitando l'anima, è solo ritardare e confondere il meraviglioso percorso a cui l'uomo dovrebbe sempre tendere, l'armonia gioiosa tra istinto e sentimento. Guardo le mie figlie prepararsi per il pomeriggio di coriandoli e sorrido sicura che, in fondo, fare un bucato in più non sia poi più drammatico dell'eterna diatriba di "Mani pulite".

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    Elogio all'ironia e alla cultura umanistica e salentina! Quanti piccoli capolavori e 'capolautori' tra i chicchi di Spigolature! Bravissimo, Armando, chè se ti avessi avuto come insegnante al Palmieri qualche anno fa, sarei stata l'alunna più brava d'Italia. Ulìa cu sacciu nu' quartu ti quantu sai tune, ulìa cu fazzu ritìre nu' millesimu ti quantu faci ritìre tune, ulìa cu bessu dhru ciucciu ca 'mbèa senza li fischi e ca no rumàne 'ttaccatu allu lazzu ti nuddhru patrunu. Mi pare ca nu gh'è ulìre mutu nè picca. Aggiu coniucàtu buenu lu 'Presente', prof Armando?

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    Brava Anna Cinzia,sei una degna rappresentante del Salento e la tua vocee la tua melodia riecheggiano nell'olimpo di cittadine extra-europee....brava!!!!!!

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    Maglie per me e'sempre stata la cittadina da prendere come esempio e mi viene la pelle d'oca sapere che tradizioni cosi'belle non possano tornare... ma chissa'?

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    160 morti in tutto il Salento e ben 112 a Nardò. Probabilmente non perchè Nardò ne fosse l'epicentro - che forse era nelle "isole ionie" (Albania-Grecia) - ma per qualche caratteristica geomorfologica o dell'edificato della città neretina e mi pare di Francavilla. Se d'altrone ne fosse stato l'epicentro, il fatto che sia stato avvertito anche fuori regione, è coerente col quadro della devastazione ma sempre stranamente pochi morti e sopratutto dispersi. Il fatto che ci sia stato un contemporaneo maremoto spinge per l'epicentro in mare o sulle coste dell'Albania (che è fortemente sismica). Se i danni maggiori furono a Brindisi (onda diretta) l'onda sullo ionio dovrebbe essere un'onda di rimbalzo arrivata in qualche modo nel golfo di Taranto. Oppure se è vero il fatto che a Leuca l'onda arrivò molto in alto sul promontorio e a Brindisi il mare si ritirò (piuttosto che salire) è più facile pensare a un'onda proveniente da sud-ovest provocata da un epicentro più meridionale che orientale. In questo caso l'onda non poteva non esaurirsi (e fare danni) anche su Taranto che è sul mare molto bassa e la cosa lucana ancora più bassa. Il fatto che sia stato udito a Napoli e in calabria escluderebbe i movimenti di faglie locali preistoriche che interessano il Salento secondo la direzione delle note serre salentine. A scuola ci spiegavano che il Salento può avvertire i terremoti ma non generarli in quanto formato da un potente stock di calcari immerso tra due faglie attive continentali. Un bel lavoro per chi si occupa di terremoti storici.

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    Cara Raffaella, è bello sapere di esser letti da persone come te, dalle quali io ho solo da imparare. c'è un messaggio importante e condivisibile in queste tue poche righe, alle quali io posso solo aggiungere: è vero, mala tempora currunt, ma lo sconforto che a volte ci prende è, e deve essere per forza, bilanciato, alleviato, dall'ottimismo dell'intelligenza, quello che ci spinge ad andare avanti comunque grazie cara! paolo

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    concordo che Nardò non possa essere stata sede di epicentro, nonostante i danni ingenti subiti. Così come concordo con Angelo che abbia contribuito la particolare conformazione del sottosuolo neretino, che continua a registrare continui cedimenti in più punti dell'abitato. Un poeta locale, Castrignanò, rimproverava ai nostri avi, nelle sue poesie, che Nardò l'avrebbero dovuta costruire sui "Pagani" e non sul sito attuale. Ai Pagani corrisponde ampia zona rocciosa e sopraelevata, su cui, tra XVIII e XIX secolo, costruirono le residenze estive i facoltosi cittadini. Forse fu esclusa per l'esposizone ai venti e quindi per il rigore invernale

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    Bello constatare che anche i giovani intraprendono lavori che credevamp appanaggio solo dei "maturi"!. Ed è bello sentire la loro passione, la consapevolezza e la responsabilità nel proteggere un patrimonio di ricchezza e di storia che ha accompagnato la nostra infanzia ed è amica gioiosa dei nostri giorni.

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    Chissà che non sia internet lo spazio in cui sperimenteremo nuove categorie della costruzione del sociale, forme di "sana concorrenza" per dirla con l'autore di questo bel pezzo, concorrenza che ben si concilia con condivisione e gemellaggio. E' tutto così nuovo in questa epoca, se lo vogliamo almeno. Saluti

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    Gradisco l’omaggio, di cui non sono totalmente degno, e aggiungo solo che, se ti avessi avuta come alunna al Palmieri o altrove, certamente sarei stato un insegnante migliore. Armando

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    Benvenuti Marco e Salogentis! nel ringraziarvi del post, condivisibile in toto, studiamo insieme nuovi metodi per sperimentare la coesione che, mai come adesso, è utile e necessaria

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    Grazie Pier Paolo, grazie Marcello. Speriamo di poter fare tante nuovo cose insieme. Magari potremmo davvero dare il via ad una nuova forma di Social che si davvero "Sociale"!

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    Un immenso grazie a chi fa rivivere le nostre tradizioni.

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    Per coloro che,come me,non hanno avuto la benedizione di conoscere di persona il "dottore nostro", così come amava e ama chiamarlo il popolo Tiggianese e non, c'è una memoria grata, affettuosa, commossa e anche nostalgica da parte di tanta gente e soprattutto di gente semplice e umile verso la persona del dott. Niceforo. Dalla loro testimonianza traspare la viva immagine del buon samaritano che si è piegato sulle sofferenze di tanti infermi, per curarne il corpo, ma con uno sguardo che andava oltre: in quel corpo il "dottore nostro", vedeva un'anima appartenente a Qualcuno. Mia madre riferisce spesso una sua espressione pronunciata entrando in casa nostra e notando le foto dei familiari defunti: "Questo resta di noi, Signora, e le opere buone, se le facciamo". Come non additarlo quale esempio di vocazione alla santità?Tiggiano può gloriarsi di avere avuto un uomo come lui che ha scritto una pagina importante della sua storia, proprio perchè il dott. Niceforo ha incarnato e vissuto la storia dell'Uomo. La lapide commemorativa migliore? Desiderare di imitarlo secondo le nostre capacità! don Antonio Riva 1979 (sicuramente lo avrò avuto come mio pediatra!)

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    Grazie Pier Paolo per averci fatto fare un giro tra i secolari ulivi delle nostre campagne.

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    complimenti per l'articolo, lo trovo estremamente interessante, tanto interessante che il gruppo musicale nel quale suono lo abbiamo chiamato "cardisanti" il nome in dialetto di cutrofiano dei cardi campestri ( cirsium arvense) infestanti presenti da sempre nelle nostre campagne... su questo link c'è la foto di questa pianta... http://www.facebook.com/photo.php?fbid=102091166502272&set=o.81341451026&type=3&theater

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    Piacevolissimo articolo, sapiente e colloquiale. Il fatto che Massimo ci abbia presentato la pianta del cardo selvatico in maniera così particolareggiata e amichevole, mi fa sentire soddisfatta e orgogliosa. Per chi ama la campagna, infatti, è impossibile avventurarsene all'interno, nella bella stagione, e non rimanere colpiti e affascinati da questi altissimi fusti spinosi. Un po' come camminare in via Montenapoleone a Milano durante le giornate dell'Alta Moda: siepi mobili di modelle altissime, splendide e irraggiungibili. Impossibile non accorgersene. Immaginate, allora, se un amico vi viene incontro e ve le presenta! Questo il senso della gratidudine nei confronti di Massimo, meritevole, tra l'altro, di averci avvicinato a qualcosa di bello e per giunta commestibile. Mi accorgo, a volte, nelle mie lunghe passeggiate, di osservare i cardi e di pensare di rimando ai nostri avi che ne facevano uso spontaneo in cucina, muniti di quel 'coraggio' che nasceva dalla fame e dal rispetto della terra e di tutti i suoi frutti. Qui dove vivo, c'è un sentiero inghiottito dalla radura della foce del Crati, nella Sibaritide, che in primavera riveste gli argini del fiume di iris gialli e di fiori celesti di cardi: passar loro accanto e doverli ammirare dal basso verso l'alto, mi fa sperimentare con una certa emozione la maestosità della natura e la sacralità del suo messaggio fatto di amore e di bellezza. Ricordiamocene, allora, quando lasciamo che tutto questo venga distrutto dall'aridità pungente del profitto!

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    carissimo io sono tania, sono interessata al tessuto e tessitura della civiltà messapica e premessapica. Non riesco ad individuare una pianta simile al cotone o al lino grezzo dalla quale le nostre antenate realizzavano fili per tessere. E' possibile che sia proprio il lino delle fate?La tessitura messapica era florida proprio nelle zone paludose. Potrei avere una risposta? Grazie e complimenti per l'articolo

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